Pubblicato su L’Unità

Invocare la necessità di un ritorno alla crescita per il nostro Paese è divenuta quasi una ovvietà. Ma quando si passa alle terapie ci si continua a dividere tra chi vede nelle riforme interne la sola via d’uscita dalla crisi e chi ripone le possibilità di ripresa solo in una netta inversione di tendenza delle politiche di austerità dell’eurozona.

Un po’ come avvenuto più di recente in occasione della discesa dello spread al di sotto dei 200 punti base, con la divisione tra chi ha attribuito il calo alla rete protettiva stesa lo scorso anno dalla Bce e da Mario Draghi e coloro che hanno sottolineato la rinnovata stabilità politica ed economica dell’Italia quale fattore determinante. È una contrapposizione sterile, in realtà. Perché sono vere tutte e due le tesi. Si dovrebbe in realtà ormai prendere atto dei destini come dire incrociati che legano da qualche tempo l’area dell’Euro e l’Italia. È vero che non ci sarà futuro per la nostra economia al di fuori del rilancio della crescita europea, ma è altrettanto vero che solo aggredendo le numerose inefficienze strutturali che ci affliggono da tempo saremo in grado di contribuire e sfruttare il ritrovato volano europeo. Ed è questa consapevolezza che dovrebbe animare nelle prossime settimane la cosiddetta Agenda 2014 ovvero il patto di programma che verrà sottoscritto per rilanciare l’azione del governo e sfruttare di qui alla primavera 2015 il periodo di tempo relativamente favorevole assicurato dall’espansione economica internazionale, prima del previsto rialzo dei tassi.

Serviranno scelte di politica economica forte, tutt’altro che scontate, sia sul fronte domestico sia in Europa. E questo perché l’Italia resta un Paese sul filo del rasoio, racchiuso nel binomio debito-crescita. A questo riguardo l’obiettivo chiave è innalzare quest’anno la ripresa della nostra economia – oggi accreditata dalle previsioni più recenti di un assai modesto 0,5% – quanto più possibile verso l’1,1%, in linea con la media dell’area euro e con quanto stimato ufficialmente dal governo. Solo una tale dinamica ci consentirebbe di contenere il deficit pubblico nominale (2,5-2,7%) e anche il debito/Pil italiano rimarrebbe in questo caso pressoché costante (in area 132-3%), pur se a un livello ancora molto elevato. A questo scopo vanno programmate misure a breve dirette a intervenire sulla domanda interna ma ancorate alla creazione di nuovi volani della crescita, attraverso politiche d’offerta in grado di rafforzare l’indebolita capacità produttiva della nostra economia. A questo fine va rafforzato il percorso di riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese (cuneo fiscale) unitamente a interventi diretti a rendere operativi da subito i meccanismi di garanzie sui prestiti alle imprese approvati di recente per cercare di lenire quella severa stretta creditizia (credit crunch) che rappresenta oggi il maggiore freno alla domanda di famiglie e imprese.

In questo contesto possono aiutare misure per migliorare le condizioni del mercato del lavoro (introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, avvio della riforma degli ammortizzatori sociali, rafforzamento dei servizi per l’impiego) non solo e non tanto per cercare di creare nuovi posti di lavoro ma anche per favorire una più efficiente allocazione delle risorse, accrescendo la produttività dell’economia. Certo non si tratta di provvedimenti a costo zero. Per finanziarli sarà fondamentale ricorrere ai risparmi liberati dalla «spending review» attraverso il riordino della spesa pubblica e la riduzione di quella improduttiva, avvalendosi altresì di misure di valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico. Detto questo è evidente che senza un contesto più espansivo in Europa tali misure interne per quanto utili e necessarie non riusciranno ad assicurare al nostro paese una ripresa davvero più robusta. Serve un cambio di passo anche in Europa e il nostro Paese può e deve contribuire a realizzarlo. Anche in vista del semestre di nostra presidenza europea. A questo riguardo, serve a poco affermare genericamente la possibilità di sforare il vincolo del 3% del rapporto tra deficit e Pil, col rischio di ricadere sotto procedura di infrazione e essere relegati nuovamente in una posizione marginale rispetto alle scelte di governance europea. Vanno in realtà individuati sulla politica dell’euro temi di primaria importanza per il nostro Paese e formulate delle proposte di strategia. In questa fase sono soprattutto tre.

Sull’Unione bancaria, in quanto non basta il passo avanti fatto nell’ultimo Consiglio europeo a dicembre: esso non assicura un adeguato finanziamento del meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie nella fase di transizione e potrebbe penalizzare il nostro sistema bancario in occasione degli stress test della Bce. In secondo luogo vanno assicurate a livello europeo condizioni di aggiustamento di bilancio più favorevoli alla crescita in termini sia di tempi (oggi troppo stretti) sia di modalità (forte asimmetria e nessuna clausola di esenzione per gli investimenti). La terza condizione riguarda la Bce, perché modifichi nel rispetto della sua autonomia una politica monetaria che non è sufficientemente accomodante nella fase attuale e ha finito per favorire un pericoloso rafforzamento dell’euro (ipotesi di tassi negativi e una sorta di «quantitative easing» europeo).

Sono solo tre esempi di misure che servirebbero a rilanciare la domanda e la crescita interna europea ribadendo così le ragioni di una scelta del governo di coalizione in favore dell’Europa e allo stesso tempo di un cambiamento delle politiche europee. Servirebbero altresì a contrastare, anche in vista delle elezioni europee, i vari populismi di chi addosserà tutte le colpe all’Europa e proporrà scorciatoie semplici ma disastrose come l’uscita dall’euro.