Pubblicato su l’Unità

Il taglio del costo del denaro al minimo storico, deciso l’altro ieri dalla Banca centrale europea, in tutta fretta e a sorpresa rispetto alle aspettative dei mercati, è stata una prima risposta alle tendenze tutt’altro che rassicuranti manifestatesi nell’area euro, in termini sia di deflazione sia di fragilità della ripresa in corso. Non sarà sufficiente, tuttavia, e saranno necessari altri interventi. Sono soprattutto le politiche deflazioniste dominanti nei Paesi dell’area Euro che andrebbero modificate.

Altrimenti la tanto agognata ripresa potrebbe trasformarsi in una prolungata fase di ristagno.
È stato soprattutto il timore della deflazione a spingere la Bce a decidere un nuovo taglio del tasso d’interesse (dallo 0,50 allo 0,25) dopo la riduzione operata ai primi di maggio. I prezzi sono cresciuti appena dello 0,7% su base annua, molto al di sotto dell’obiettivo programmato a medio termine dalla Bce (inflazione poco inferiore al 2%). Una dinamica deflattiva che ha interessato molti paesi dell’area euro e pressoché la totalità dei comparti produttivi.
Come rivelano drammatiche esperienze del passato, la deflazione è un processo difficilissimo da contrastare, una volta avviatosi. E’ da temere perché in grado di portare a una progressiva contrazione dell’attività produttiva, dal momento che imprese e famiglie sono spinte a posticipare continuamente le loro spese per consumi e investimenti nell’aspettativa di una perdurante discesa dei prezzi. Anche la sostenibilità dei debiti, pubblici e privati, diviene più difficile perché i tassi di interesse reali sono spinti verso l’alto.
Sulla scorta di questo quadro, la Bce ha fatto bene a intervenire e a ribadire nella conferenza stampa dell’altro ieri la propria ferma intenzione di voler mantenere la propria politica monetaria oltremodo ‘accomodante’ anche in futuro. Dichiarazioni che hanno acuito il dissenso manifestato dai tedeschi, preoccupati più del rendimento dei loro fondi pensione che delle sorti complessive dell’area euro.
Ma sarà sufficiente il taglio del costo del denaro? Probabilmente no. Soprattutto se teniamo conto che le tendenze deflazioniste sono state alimentate anche dalla forte rivalutazione del tasso di cambio della moneta unica, in rialzo fino a quota 1,38 rispetto al dollaro. Un Euro così forte ha fortemente penalizzato le imprese esportatrici di molti paesi europei, soprattutto quelli caratterizzati da una specializzazione produttiva a medio-basso contenuto tecnologico, com’è il caso del nostro paese. La mossa della Bce è destinata probabilmente ad apportare solo un temporaneo sollievo, come si è peraltro verificato in questi due ultimi giorni con il deprezzamento dell’euro verso dollaro e yen.
Il fatto è che i fattori determinanti la rivalutazione della moneta unica sono molteplici e assai potenti e continueranno a sostenere nei prossimi mesi il tasso di cambio dell’euro, favorendo le tendenze deflattive e pesando negativamente sulle potenzialità della ripresa in atto, che si rimangono assai modeste in questa seconda parte del 2013, come ha riconosciuto lo stesso Presidente della Bce Mario Draghi. Per rispondere con efficacia ai pesanti interventi sul mercato della moneta operati dalle Banche centrali di paesi forti come gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina e che hanno determinato la svalutazione delle monete di questi stessi paesi, ci vorrebbero ben altri strumenti che la Bce non può e/o non vuole utilizzare, dati i vincoli che la caratterizzano.
Di qui le prospettive assai deludenti dell’eurozona nel prossimo anno, come confermano anche i recenti dati della Commissione europea. Molti paesi riprenderanno a crescere ma meno delle attese, con tassi soltanto pochi decimi sopra lo zero. L’unica eccezione è la Germania grazie a un surplus commerciale che ha ormai superato – se misurato rispetto al PIL – l’astronomica cifra del 7 per cento, un vero record mondiale. Peraltro esso rappresenta un’aperta violazione delle nuove regole sulla sorveglianza macroeconomica concordate a Bruxelles.
Non vi è dubbio che la Commissione europea dovrebbe intervenire con misure severe per costringere Berlino a correggere tale anomalia, che va ricordato finisce col deprimere le possibilità di ripresa della maggioranza dei paesi dell’euro. Si tratterebbe di introdurre meccanismi di aggiustamento più simmetrici di quelli oggi in vigore per rilanciare la domanda e il mercato interno dell’area euro.
Solo in questo modo si potrebbe fugare la minaccia di tendenze deflazioniste e di un conseguente ristagno dell’area euro. A meno, tuttavia, di iniziative di peso di qui alla fine dell’anno di paesi interessati compreso il nostro, tutto ciò resterà solo un auspicio, vista l’aria che tira a Berlino e a Bruxelles.