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La mia intervista su Il Manifesto: Guerrieri: “Il dato sulla crescita è estremamente deludente”

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Guerrieri: “Il dato sulla crescita è estremamente deludente”

L’intervista. Il senatore Pd ed economista: “La ripresa resta molto modesta, da 15 anni meno della metà di quella europea”. “A Bruxelles non dobbiamo chiedere il taglio delle tasse sulla casa, anche perché la flessibilità si è ormai esaurita. Piuttosto puntiamo a un piano espansivo”

Fabio Veronica Forcella

EDIZIONE DEL 02.09.2015

«Il dato sul Pil resta estre­ma­mente delu­dente», dice Paolo Guer­rieri, sena­tore Pd, pro­fes­sore di eco­no­mia alla Sapienza di Roma e al Col­le­gio d’Europa di Bru­ges. Quanto alla pos­si­bi­lità che Bru­xel­les con­ceda mag­giore fles­si­bi­lità, l’economista ricorda che «non può andare a coprire una ridu­zione delle tasse». Soprat­tutto per l’abolizione della tassa sulla prima casa, che l’Europa, da tempo, «non con­si­dera prioritaria».

Pro­fes­sore, il paese «si è rimesso in moto» come afferma il pre­si­dente del con­si­glio?

Rimango sem­pre molto per­plesso di fronte a que­ste rea­zioni. Biso­gne­rebbe essere più pru­denti nel com­men­tare que­sti dati. Que­sti numeri sull’occupazione sono posi­tivi, di certo anche gra­zie alla decon­tri­bu­zione e forse al Jobs Act, anche se, in que­sto caso, è pre­sto per dirlo. Il dato sul Pil resta estre­ma­mente delu­dente. Dimo­stra che c’è una ripresa mode­stis­sima e che non è cam­biato nulla negli ultimi 15 anni: la cre­scita ten­den­ziale è meno della metà della cre­scita europea.

 

Tutto merito del governo o ci sono stati fat­tori eso­geni? Penso al Qe di Dra­ghi, al prezzo del petro­lio basso e all’euro debole.

Tutti gli eco­no­mi­sti con­cor­dano col dire che que­sti sono fat­tori deter­mi­nanti che stanno pro­du­cendo quel po’ di ripresa che l’Europa sta spe­ri­men­tando. Erano per­lo­meno due decenni che non si veri­fi­cava un con­te­sto così favo­re­vole. Quello che pre­oc­cupa è che l’area dell’Euro — e quindi, l’Italia — ne stiano appro­fit­tando così poco. Cosa sta fre­nando? Ci saremmo aspet­tati un rim­balzo e una ripresa molto più forti. Non dimen­ti­chiamo che l’Italia, in Europa, è il paese che, dopo la Gre­cia, ha sof­ferto di più. Se con­ti­nuiamo a bearci di que­sti risul­tati — ce l’hanno detto l’Fmi e l’Ocse — ci met­te­remo dai 10 ai 15 anni per tor­nare ai livelli occu­pa­zio­nali pre-crisi.

 

Con l’impostazione della legge di sta­bi­lità si regi­strano imman­ca­bili i primi at attriti tra Mat­teo Renzi, e il mini­stro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Chi ha ragione?

Quello che ha detto il mini­stro Padoan mi sem­bra dove­roso da parte di un mini­stro: non c’è ridu­zione delle impo­ste che incida in senso posi­tivo, se non quella che pog­gia la sua cre­di­bi­lità su ridu­zioni certe e soste­ni­bili della spesa. Il pre­mier vuole tagliare le tasse, ma facendo defi­cit e con­tando su coper­ture che devono ancora essere con­cor­date con l’Europa. È un’operazione cre­di­bile secondo lei?
Io non cono­sco le infor­ma­zioni a cui può attin­gere il pre­si­dente del con­si­glio ma i dati che abbiamo ci dicono una cosa diversa. Ci sono stati già con­cessi dei mar­gini di fles­si­bi­lità. Dob­biamo fare una mano­vra restrit­tiva molto più blanda pro­prio gra­zie alle riforme fatte. Adesso non si capi­sce da dove potreb­bero venire que­sti nuovi mar­gini di cui parla Renzi. Una ipo­te­tica mag­giore fles­si­bi­lità per gli inve­sti­menti non può andare a coprire una ridu­zione delle imposte.

 

E la tassa sulla casa? L’Europa defi­ni­sce il taglio annun­ciato «non prio­ri­ta­rio».

L’intervento sulla Tasi e sull’Imu non è una prio­rità eco­no­mica. Que­sta domanda inde­bo­lirà la nostra richie­sta di fles­si­bi­lità. A Bru­xel­les non verrà affatto visto di buon occhio che una ridu­zione delle impo­ste parta pro­prio da quello che dovrebbe essere l’anello ultimo. La mia pre­oc­cu­pa­zione è che que­sta trat­ta­tiva con l’Europa per avere qual­che mar­gine in più di fles­si­bi­lità, possa essere molto dif­fi­cile. Al con­tra­rio, a luglio la Com­mis­sione Ue ha già detto che il nostro defi­cit strut­tu­rale è aumen­tato dello 0,2%. Que­sto fa capire che il modo con cui ver­ranno accolte que­ste richie­ste sarà tutt’altro che favorevole.

 

Cosa dovremmo chie­dere, secondo lei?

Con una domanda interna che lan­gue, come quella euro­pea, noi ci dovremmo bat­tere insieme ad altri paesi mem­bri, per una poli­tica espan­sio­ni­stica a livello europeo.

 

Il piano Junc­ker rilan­cerà la crescita?

Asso­lu­ta­mente no. Lo si sapeva dall’inizio che, sia per le cifre mode­stis­sime messe in campo, sia per le pro­ce­dure scelte, non era un piano capace di rap­pre­sen­tare una spinta ade­guata. Serve con­vin­cere l’Europa che il vero pro­blema della bassa cre­scita è un mer­cato interno — il più ricco del mondo — che non rap­pre­senta nes­suno sti­molo. Siamo troppo deboli, tut­ta­via, per con­vin­cere la Ger­ma­nia che que­sto sarebbe neces­sa­rio, molto più di qua­lun­que mar­gine di flessibilità.

La pre­oc­cupa la bru­sca fre­nata del mer­cato mondiale?

Non è il mer­cato finan­zia­rio della Cina che pre­oc­cupa, ma è l’economia reale cinese che va male. È una loco­mo­tiva per tutta l’area asia­tica emer­gente e non solo. Secondo il Def del governo, nel 2016 la cre­scita doveva venire da con­sumi e inve­sti­menti. È vero che i con­sumi interni si sono rimessi in moto, ma a un ritmo che è la metà di quello delle “riprese” pre­ce­denti. Gli inve­sti­menti poi, nell’ultimo mese, sono addi­rit­tura dimi­nuiti. Rischiamo quindi di non rag­giun­gere l’1,4% di cre­scita pro­gram­mata per il pros­simo anno.