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Cosa il Governo deve chiedere all’Europa

Pubblicato su l’Unità

Con il passaggio della fiducia al governo si aprirà domani una nuova fase che sancirà la nascita della nuova maggioranza, meno larga della precedente, ma che potrà contare (almeno è auspicabile) su un maggior tasso di coesione e determinazione.
Per affrontarla verrà siglato un nuovo patto tra le forze della rinnovata maggioranza sulle cose da fare, a partire dal prossimo anno. Si tratterà di capire, dentro i confini del programma a suo tempo delineato, su quali punti spingere di più per imprimere al governo una rinnovata spinta propulsiva. Al di là della urgente necessità delle riforme istituzionali e in materia di legge elettorale, i temi dell’economia occuperanno uno spazio centrale. Se non altro, per la drammatica situazione economica e sociale in cui versa il nostro Paese e che non accenna per ora a migliorare.
Il sentiero è in qualche modo tracciato, dal momento che l’obiettivo fondamentale resta come trasformare, tenuto conto delle risorse esistenti, la timida ripresa che si profilerà all’inizio del prossimo anno in una vera e propria fase di crescita, aumentando la competitività e produttività del nostro apparato produttivo. Ciò comporta politiche e interventi forti, innanzi tutto sul piano domestico, sui temi prioritari del lavoro, fisco e credito, che siano capaci di stimolare in modo significativo l’aggancio dell’economia italiana alla ripresa internazionale.
Ma questi «compiti a casa», per quanto decisivi, non saranno sufficienti. L’altro tema da non sottovalutare è l’Europa. Una buona metà delle nostre possibilità di uscire dalla drammatica crisi in corso è legata, in effetti, alle decisioni che verranno prese nell’area euro di qui alle prossime elezioni europee, fissate a maggio 2014.
Va subito detto che l’ottimismo con cui si guarda oggi da parte della Commissione di Bruxelles e dei governi dei Paesi «forti», dopo oltre sei trimestri di contrazione, alla timida ripresa appena iniziata, è del tutto ingiustificato. La crisi è tutt’altro che finita ed è facile prevedere che in queste condizioni le elezioni europee di maggio prossimo finiranno per sancire lo scontato grande successo dei movimenti antieuropeisti e populisti. Sono in crescita un po’ ovunque in Europa e da noi sono ben rappresentati da Grillo, da una parte, e Berlusconi dall’altra. Il loro successo rappresenterebbe nient’altro che l’effetto delle tante non risposte e/o delle risposte sbagliate che l’Europa ha fin qui offerto ai suoi cittadini.
Da qui la necessità che il governo inserisca tra i temi prioritari della sua agenda una critica ferma dell’attuale corso delle politiche economiche fin qui seguite dall’Europa e affermi con forza la necessità di un loro profondo cambiamento unitamente a un rilancio del processo di integrazione.
Come obiettivi a medio termine occorre rilanciare una visione dell’integrazione europea alternativa al ristagno generato dalle politiche di austerità, scommettendo su un nuovo ciclo di crescita sostenibile imperniata su significativi incrementi della produttività. Unitamente alle riforme strutturali nei singoli Paesi è necessario tornare a investire, promuovendo investimenti europei e nazionali a medio e lungo termine, pubblici e privati, in tutta una serie di comparti (istruzione, ricerca, digitalizzazione, mobilità sostenibile, e altre) che devono divenire i nuovi motori della crescita sostenibile. Le risorse per finanziarli si possono trovare da più fonti: introduzione della golden rule, ristrutturazione della spesa pubblica, modifiche delle regolamentazioni finanziarie europee e internazionali che oggi premiano la speculazione finanziaria.
A più breve termine, le priorità sono legate al prossimo Consiglio europeo del 19 dicembre: si chiamano completamento dell’Unione bancaria e avvio dell’Unione fiscale. L’Unione bancaria resta un ingrediente fondamentale per il buon funzionamento della zona euro e va ultimata dando vita a un meccanismo di risoluzione unificato delle crisi bancarie finanziato da uno stock di risorse gestite anch’esse a livello europeo. È la Germania che continua a opporsi ma può essere isolata con la pressione congiunta dell’Italia e di una serie di Paesi partner, tra cui la Francia. In tema di avvio di una capacità fiscale autonoma dell’area euro, i pesanti veti espressi finora dai Paesi creditori potrebbero essere aggirati sfruttando a questo fine le nuove intese bilaterali tra Commissione e Paesi membri (contractual arrangements) che su iniziativa soprattutto del governo tedesco si vogliono aggiungere all’ampia serie di strumenti che già fanno parte della governance economica europea. Si tratta di accordi che prevedono uno scambio tra attuazione delle riforme da parte dei singoli paesi e concessione di risorse premiali da parte dell’Europa. Premesso che modalità e contenuti di tali strumenti richiederanno ancora tempo per una loro definizione, si può chiedere di ancorare gli incentivi previsti a forme di compensazione che comportino la formazione di uno stock di risorse autonomo dell’eurozona e/o maggiore flessibilità nell’effettuazione degli investimenti per la crescita (golden rule) da parte dei Paesi impegnati nelle riforme.
Sono solo esempi naturalmente. Ma servono a sottolineare con forza l’importanza e l’urgenza dell’inserimento dei temi europei nelle priorità della nuova agenda del governo Letta. Se l’Europa continuerà a mancare le risposte ai tanti problemi, in taluni casi drammatici, dei cittadini in una fase di vera grande emergenza come quella che stiamo vivendo, il rischio concreto di una netta affermazione delle forze euroscettiche e populistiche diverrà pressoché una certezza. E noi saremo tra quei Paesi che pagheranno il conto più salato.