Pubblicato su L’Unità

Con la presentazione della legge elettorale e l’avvio della riforma del quadro costituzionale si apre una fase di innovazione istituzionale che richiederà un periodo di molti mesi di lavoro per il Parlamento, garantendo al governo guidato da Enrico Letta una vita prolungata fino alla metà del 2015. Ma solo se l’esecutivo riuscirà a dotarsi al più presto di una rinnovata agenda economica. Che sia in grado di utilizzare al meglio la complessa fase di transizione che attraversa la nostra economia, si affermerà un contesto adeguato anche alla realizzazione delle riforme istituzionali. Certo, non bisogna perdere altro tempo. Non c’è dubbio che il 2014 sarà un anno decisivo e sotto molti aspetti per la nostra economia. È iniziato bene con il venir meno dell’emergenza del nostro debito sovrano e il ritorno dello spread ai livelli prima della crisi. Un risultato assai positivo dovuto sia ai costosissimi sacrifici fatti in casa da noi; sia a condizioni esterne particolarmente favorevoli, quali la valanga di liquidità creata dalla Federal Reserve americana e l’ombrello protettivo steso dalla Bce di Mario Draghi.
Pur se la febbre si è abbassata, le condizioni dell’economia reale restano gravi. Ormai da molti anni siamo in pieno ristagno e non più in grado di creare ricchezza. C’è una ripresa in vista che potrebbe aiutarci. Anche se per ora si configura come modesta e selettiva: rivolta in particolare al comparto delle aziende che esportano. In queste condizioni, sul fronte dell’occupazione qualche limitato segno positivo non si comincerà a vedere se non prima della seconda metà dell’anno. Ma la ripresa rappresenta anche una finestra di opportunità in qualche modo unica. Che verrà sicuramente sprecata, se si avverasse l’auspicio di alcuni di tornare alle urne già a maggio di quest’anno. Le elezioni politiche arriverebbero prima delle riforme della politica e associate alla campagna elettorale per le europee si troverebbero a fronteggiare i proclami dei populisti di vario colore a favore dell’uscita dall’euro. Sarebbe un disastro, politico e economico allo stesso tempo.
La strada da percorrere è dunque un’altra. Bisogna rafforzare il governo e la sua azione per sfruttare la ripresa alle porte già nel corso di quest’anno, arrivando a disegnare una nuova fase della politica economica del nostro Paese, che sia tutta orientata in chiave di rilancio della crescita e creazione di posti di lavoro, dopo anni di sola austerità. Sono necessari tanti ingredienti ovviamente perché ciò avvenga; fondamentale , tuttavia, è una decisa iniziativa nei tempi brevi sia da parte del governo sia da parte del Pd come attore chiave della coalizione di maggioranza. Al presidente Letta spetta il compito di presentare al più presto alle forze della maggioranza una bozza del nuovo programma economico, fatta di pochi punti ritenuti essenziali per agganciare e utilizzare al meglio la ripresa. Si deve trattare di un insieme di misure sui fronti del fisco, semplificazione e riduzione della spesa pubblica, credito e mercato del lavoro, che siano in grado, oltre che aggredire i mali strutturali, di vincere il clima di sfiducia diffusa nel paese, estremamente penalizzante per l’economia. In altre parole si deve indicare un percorso intelligente che sia costruito attorno a parole d’ordine chiare, anche attraverso un certo rinnovamento della squadra.
Tutto ciò anche per convincere la Commissione europea, già a partire dagli incontri fissati la prossima settimana, e ottenere una valutazione positiva della nostra politica economica, specialmente per quanto riguarda le liberalizzazioni e la revisione delle spese superflue. L’appoggio dell’ Europa è fondamentale – come varrà la pena ricordare – per liberare quest’anno risorse superiori a 3 miliardi di euro che potranno incentivare investimenti per lo sviluppo, e di qui domanda interna e occupazione. Il Pd a sua volta, in quanto attore decisivo della coalizione di maggioranza, si deve convincere che è nel suo interesse favorire e sostenere una iniziativa di questo genere. Uscendo dall’attuale fase di prolungata e pericolosa ambiguità nei confronti del governo. La segreteria di Matteo Renzi ha già presentato una prima bozza di documento economico (Jobs Act), imperniato sull’affermazione, largamente condivisibile, che il lavoro si crea solo a partire da una economia rinnovata e ristrutturata. Si tratta per ora di «titoli» che richiederanno al più presto svariate specificazioni e approfondimenti. Nel farlo bisognerà saper ben distinguere – tra le tante misure evocate – i provvedimenti da inserire sin d’ora nella bozza di programma alla base del rilancio dell’azione del governo, dagli obiettivi più a medio termine che possono rappresentare capitoli di un futuro programma di legislatura più ambizioso e realizzabile solo da un governo eletto e insediato con una maggioranza forte e che ora non c’è. Sarebbe il modo giusto perché il Pd possa riconoscersi, da un lato, nell’azione di governo e possa rivendicare, dall’altro, suoi spazi peculiari. Finora non è avvenuto e il PD non è riuscito a far passare le sue parole d’ordine.
D’altra parte, se non ci sarà un attivo e esplicito appoggio da parte del Pd il governo non sarà in grado di andare molto lontano. Con la conseguenza di rimettere in discussione non solo le opportunità di sfruttare la ripresa economica, ma le stesse possibilità di portare a compimento la fase delle riforme istituzionali. E in questa eventualità è inevitabile che le responsabilità più pesanti ricadranno sul Partito democratico.